Vini Italiani

I vini d'Italia vicini ad ogni tuo viaggio

email:   password:    oppure Inserisci la tua Azienda!

Ricerca vini per Regione


 » Vini Abruzzo

 » Vini Basilicata

 » Vini Calabria

 » Vini Campania

 » Vini Emilia Romagna

 » Vini Friuli Venezia Giulia

 » Vini Lazio

 » Vini Liguria

 » Vini Lombardia

 » Vini Marche

 » Vini Molise

 » Vini Piemonte

 » Vini Puglia

 » Vini Sardegna

 » Vini Sicilia

 » Vini Toscana

 » Vini Trentino Alto Adige

 » Vini Umbria

 » Vini Valle Aosta

 » Vini Veneto


ULTIME AZIENDE VINICOLE

» Tenute Tomasella

» Casa Vinicola Bertani

» Cantine del Notaio soc.agr.

» Fattoria Coroncino

» Carpené Malvolti

» Ronco del Gelso

» Jermann

» Livio Felluga

» Tenuta San Leonardo

» Azienda Agricola Massimago



Banner 075 Pesaro

Le Tavole della Birra

Engenia Web Agency

Legno buono, legno cattivo


Legno buono, legno cattivo

Alcuni anni fa, fra il 2006 ed il 2007, il mondo enoico italiano veniva squassato da una polemica sull'utilizzo del legno nell'affinamento dei vini. La causa era il famigerato regolamento CE n° 1507/2006, che prevedeva la possibilità, per i produttori vitivinicoli, di utilizzare trucioli di legno di quercia (chiamati “chips”) per l'affinamento del vino, ribaltandone il concetto da “vino in legno” a “legno in vino”, con evidente e comprensibile sconcerto da parte dell'intero -o quasi- mondo dell'enologia italiano. Il grido di protesta contro l'utilizzo di questa pratica, peraltro assai diffusa nell'intero continente americano ed ancor più in Australia, si allargò ben presto a qualsiasi tipo di utilizzo del legno, dalla piccola barrique (225 Lt) alle grandi botti (oltre 100 Hl), diventando una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di chiunque, piccolo o grande produttore, osasse ribellarsi a questa sorta di “diktat”.

Per fortuna, questa polemica allargata durò solo alcuni mesi, durante i quali alcuni grandi esperti enologi (o forse presunti tali) infiammarono le platee di consumatori, influenzandone i gusti verso un consumo di vino più “sincero” e meno adulterato dallo sconsiderato uso che i produttori facevano -così sembrava allora- del legno. Al giorno d'oggi, forse, ci sarà più facile provare a capire che cosa sia effettivamente successo in merito a questo scottante argomento: proviamoci insieme.

Tutto cominciò con la protesta di alcuni grandi produttori, italiani ma non solo, che lamentarono presso le istituzioni  la concorrenza sleale perpetrata a loro danno dalle aziende vitivinicole nord americane ed australiane, colpevoli di utilizzare la pratica del “legno in vino” salvo specificare in etichetta che l'affinamento avveniva in botti o barrique. 

A questo punto, la domanda che sorge spontanea è: “perché concorrenza sleale?” Per due motivi precisi ed assai validi, il primo di tipo qualitativo ed il secondo più prosaicamente (ma altrettanto giustamente) economico. Per quest'ultimo, basti pensare a quanto grande possa essere la differenza di prezzo fra una botte di qualsiasi dimensione e legno rispetto ai “chips”: una barrique nuova di rovere francese costa non meno di 7-800 Euro, e va cambiata al massimo ogni 3 anni, mentre 50gr di trucioli di quercia vanno dai 5 ai 10 Euro... Provate a moltiplicare queste cifre per il fabbisogno di un produttore, ed ecco spiegata la differenza di prezzo fra i grandi vini italiani e francesi e quelli americani e australiani.

Il primo motivo, che è forse il più importante, come dicevamo rientra nella sfera qualitativa: per l'affinamento in botte, pur dovendo confidare in un uso “intelligente” del legno, si può ragionevolmente parlare di maturazione, mentre il “legno in vino” può al massimo considerarsi come un'aromatizzazione del vino, ed allora perché non usare chissà quale altra sostanza?

Quindi tutto partì da questa pratica potenzialmente truffaldina (come distinguere nel bicchiere un vino truciolato da un vino barricato, considerando che le etichette non lo specificano?), fu praticamente imposta dagli Stati Uniti all'Unione Europea con la minaccia di nuove guerre commerciali, qualora l’importazione di vino nordamericano fosse stata bloccata dall’Europa. 

Per fortuna, l'adeguamento legislativo del nostro paese alla normativa europea introdotta nel 2006 prevede che né per i vini DOC né per i DOCG si possa utilizzare il metodo dei chips, salvaguardando almeno in parte il prestigio dei grandi vitigni nazionali. Non si può inoltre riportare in etichetta la dicitura “affinato in botte” o altre definizioni simili, che possano trarre in inganno il consumatore finale (forse sarebbe stato sufficiente rendere obbligatoria l'esplicitazione dell'uso dei chips, ma tant'è...).

Fatte salve le premesse di cui sopra, è altrettanto chiaro che non si può incriminare l'uso del legno a prescindere, perché se è vero che in alcuni casi si esagera o si è esagerato, mettendo vini “leggeri” e modesti in botte solo per uniformarli alla moda del momento, non si può però negare che alcuni fra i più grandi vini italiani abbiano realmente bisogno del legno (oltre che di un ulteriore più o meno lungo affinamento in bottiglia), per esprimere al meglio il loro altissimo potenziale.

La barrique, infatti, serve a dare qualcosa in più a un vino che, di per sé, deve nascere muscolare e strutturato, con bei tannini vigorosi, un giusto estratto e un'acidità imperiale, in maniera che gli aromi extra e l'ossidazione accelerata si inseriscano in questo contesto in modo discreto e non preponderante. L'importante è voler fare un buon vino che sia espressione della sua terra e della personalità di chi lo fa, senza fare scelte solo in ottica commerciale. Un vino che affronta il legno deve avere le prerogative per farlo. Renzo Cotarella, uno degli enologi Italiani più importanti, giustamente afferma che "la barrique è come una minigonna: non tutte le donne se la possono permettere", senza dimenticare che "se il vino è fatto bene non ci si dovrebbe nemmeno accorgere della presenza del legno". Personalmente non ce la sentiamo davvero di dargli torto, voi che ne dite?

Oggi come oggi questa polemica è stata sostituita da altre discussioni, più o meno interessanti, ma come tutti gli argomenti che diventano motivo di dibattito, ha creato una maggior attenzione da parte dei consumatori, sempre più interessati ai prodotti che comprano.

Questo è il bello del mondo del vino: creare una sorta di “coscienza di insieme”, che guidi i nostri passi verso un consumo più consapevole (ed in alcuni casi più responsabile) di questo incredibile universo che è il Vino.

Daniele Pucci